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Cristina
Longoni

L'Arte è l'espressione dei sentimenti più intimi ... un bisogno spirituale

L’arte è la mia passione, condividerla  con te è per me un piacere immenso.

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Speciale Lucca 2020

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Note biografiche:

Cristina Longoni è un’artista nata a Roma dove attualmente vive e lavora. 

Dipinge ad olio  dall’età di 5 anni ed ha  presentato  negli anni le sue opere a Napoli, Alba e nella Capitale in mostre collettive e personali. Mossa dal suo naturale eclettismo ha sperimentato tutte le tecniche pittoriche, appassionandosi in modo particolare ai dipinti sui tessuti pregiati come il pizzo, la seta , il cachemire.

Coniuga la sua attività di artista  con quella di psicologa e counselor ed esercita  in entrambi i campi ispirandosi alla sua fede profonda nel valore della creatività quale veicolo di gioia , libertà esistenziale e amore per la vita.

 

Il mondo non è stato creato una volta, ma tutte le volte che è sopravvenuto un artista originale.

Marcel Proust

Le mie opere
Arte, passione, amore

Si usano gli specchi per guardarsi il viso, e si usa l’arte per guardarsi l’anima.

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La leggerezza delle nuvole

E’ negli occhi che scorrono paesaggi di ogni tempo, è fra i loro registri impercettibili che s’imprimono tracce indelebili. Nelle pareti dell’iride si arenano i ricordi e i mille naufragi d’ogni esistenza. Un battito di ciglia, un semplice calare di palpebre è un momento straordinario, davvero necessario alla vita; così come le “falesie vive” occorrono al riposo degli aironi per il loro migrare, abbisogniamo tutti di luoghi di sosta ameni, dove si possa trovare riparo, per fermarsi e riprendersi dalle fatiche del “volo”. Gli occhi sono il periscopio dell’anima, è dal loro attento scrutare che si accumulano e si depositano le reminiscenze della nostra storia, poi è grazie ai segnali elettrici e al nervo ottico, che decriptiamo e inviamo i segnali al cervello, scegliendo le scogliere più sicure dell’anima per adagiare il nostro “pathos”. “Operai instancabili” – gli occhi – catturano i colori delle stagioni, sedimentano le intensità e le armonie della luce, la filtrano appena, con quello straordinario diaframma sensibile. E’ un’immensa ricchezza quella che s’addensa fra le “quinte”, è il deposito dormiente che la storia lascia su quella scia incorporea, proprio nel “retroterra” dello sguardo. Ecco filari di voluminose antologie, pagine animate incorporee, scene di tanti ricordi passati, di momenti indelebili e intensi appartenuti alla nostra vita; mosaici armonici, onde magnetiche, vibrazioni intime e segrete che si librano direttamente e fanno vibrare le corde dell’anima.

Negli scorci catalogati dalla mente si perpetua l’umanità più vicina al nostro amore, una moltitudine eterna, viva che mai muore. Cristina Longoni è una incredibile osservatrice della natura e dei paesaggi del nostro tempo, un’artista capace, che trae ispirazione e forza proprio dalla sua grande capacità di osservare il mondo e le sue creature. “Vedere” bene è l’energia alla base della sua passione; un’attenzione scrupolosa muove e guida le sue mani. Dalla serenità del contemplare acquisisce scenari e trae visioni, le visioni stesse, riconducono alla luce dei suoi occhi, all’intensità del suo saper vedere.

Jim Morrison, in una delle sue meditazioni al margine della poesia, si soffermò su una considerazione intima: “L’anima di una persona è nascosta nel suo sguardo, per questo – a volte – abbiamo persino paura di farci guardare negli occhi.” Gli occhi attivano tutti i meccanismi della mente, attraverso singolari “combinazioni di luci e di specchi” ci s’addentra anche nei territori virtuali della cultura, così molte volte – nei momenti difficili – riusciamo a ritrovarci e a salvare la parte più nobile della nostra vita.

La mia mente, benché stretta dalle necessità quotidiane, non aveva cessato di funzionare, mi promuoveva, ai miei occhi ed a quelli del mio interlocutore. Mi concedeva una vacanza effimera ma non ebete, anzi liberatoria e differenziale: un modo insomma di ritrovarmi con me stesso” (1)

Nella fucina interna, vicino, vicino al posto dell’anima (che non sta in un luogo particolare del corpo perché: “è l’architetto interiore” che dà forma alla materia informe e fa si che nasca l’idea di riproporre ciò che ha più impressionato il nostro cuore) cresce e si sviluppa ogni azione. Così accade per il lavoro d’arte di Cristina Longoni, ella soffia sul mantice e sforza la sua anima fino all’incandescenza, assecondando con grazia “il movimento e la gestazione”, il frutto è che riesce a mettere in scena “visioni uniche” adoperando un linguaggio “silente”, gentile, codificato, riuscendo a proporre un vero e proprio codice, un modo originale di sussurrare e confidare al mondo quello che a parole non dice.

L’artista miscela delicatamente segni e tonalità; il risultato è prezioso, i colori derivati s’accostano alla lievità del “chiarismo”; alle aree tematiche pittoriche di Arturo Tosi e, al tocco morbido dei fiori di Angelo Del Bon al bianco totale di Kazimir Malevic.

Impressionante davvero, è l’impiego del colore “non colore” il bianco appunto, nelle sue innumerevoli gradazioni; sfumature bianche, panna, crema tenue, che si possono accostare bene alla gradazione, alla maestria e alle sfumature delle opere di Giorgio Morandi. Il tocco che ha la leggerezza e la vaporosità delle nuvole, diventa il suo personale antidoto alla pietrificazione del mondo e alla sua incombente opacizzazione.

Attraverso la sua capacità, l’attenzione scrupolosa, riesce nel dominio del colore, con Cristina Longoni possiamo scorrere ancora pagine belle, di una pittura che si lascia ammirare interamente. Pregevoli i suoi vasi colmi di fiori, suggestionati dalla pittura fiamminga, le scene assolate, i filari alberati maestosi, le finestre spalancate sul mare, gli scorci di paesaggi familiari e cari a Ottone Rosai e ai tanti grandi artisti della scuola romana.

 Infine, da non perdere, è l’intensità dell’azzurro che agita e cheta le onde del mare; la Longoni ha una predisposizione naturale per l’uso dei colori del mare, lo fa con familiarità e trasporto, come successe a Piero Guccione. Nei silenzi, difronte alla brezza del mare s’ode una soave, armoniosa melodia; intrecci e flutti dell’acqua divengono un grande organo a canne, una musica dolce si libbra da lontano e, un oboe silente si dipana dalla magia delle tele, un’atmosfera che ammalia, un invito alla meditazione, al ritrovarsi e, al godere di ogni bellezza.

  • Primo Levi I sommersi e i salvati. 1986

Roma 19 Settembre 2019                                                                    Rosario Sprovieri (Critico D’arte)